La falsa democrazia dei social

I princìpi su cui si fondano i social sono universalmente riconosciuti come conquiste tecnologiche e sociali: possibilità di mettersi in contatto con persone provenienti da tutto il mondo, stimolare il confronto, esercitare la libertà di pensiero e di espressione con nuovi mezzi. Una visione molto democratica e anche molto ingenua.

Avere delle idee proprie e godere della possibilità di diffonderle liberamente è, di base, un concetto democratico, ma a che pro esprimersi sull’andamento del tasso di inflazione annuo della Micronesia se le nostre competenze in materia si fermano al secondo paragrafo della pagina Wikipedia della voce “economia”? E’ legittimo a questo punto chiedersi che cosa spinga una persona a dire la sua in qualunque situazione, nonostante l’altissimo rischio di essere sbugiardati. Uno degli elementi chiave su cui si basano i social è proprio questo: l’opinione. Facebook stesso chiede “a cosa stai pensando?”, sviluppando nell’utente la convinzione che il suo pensiero sia importantissimo e che quindi debba essere espresso. Questa è l’origine di un fenomeno inedito che ormai è prassi consolidata: se tutti esprimono la loro opinione, ognuna di esse si equivale. Sui social, la parola di un esperto vale tanto quanto quella di chi si approccia all’oggetto della discussione per la prima volta e si arroga il diritto di asserire ciò di cui è più convinto, senza un accenno di argomentazione ma con grande ottusità. Mesi fa divenne famoso il caso del dottor Burioni, un medico pro-vaccini che utilizzava la sua pagina Facebook per esporre e diffondere ricerche scientifiche a sostegno delle vaccinazioni. Oltre a chi commentava chiedendo chiarimenti ed esponendo le proprie perplessità – utenti a cui Burioni rispondeva puntualmente per esaurire ogni dubbio – non sono mancate le prese di posizione contrarie prive di qualunque fondamento e le invettive gratuite. Al di là della questione vaccini, questo caso è emblematico rispetto al problema dell’autorevolezza di un’opinione. I rapporti si sono invertiti: una frase ad effetto, che parli alla pancia delle persone e che sia spesso critica invece che propositiva, è molto più apprezzata sui social rispetto a un’idea ben esposta e argomentata. Per definizione i social esaltano la sintesi, l’incisività. Un esempio su tutti: Twitter e i suoi 280 caratteri come limite massimo per ogni post.

Questo modo di vivere i social non dipende interamente dagli utenti. Avete presente le “Notizie più popolari”, quelle che vediamo per prime sulla homepage? Sono selezionate in base a precisi algoritmi, la cui funzione è far comparire contenuti a misura di ciascun utente, che possano interessarlo maggiormente. Questo meccanismo – presente tanto sui social quanto su Google, Amazon o Youtube – si basa sui concetti di affinità, peso e tempo di decadimento di un contenuto, mostrandoci sostanzialmente quello che vogliamo vedere. I contenuti che ci vengono consigliati sono gli stessi che ci piacciono già. Se ciò è comprensibile se ci mettiamo nei panni di chi offre e gestisce i servizi citati prima, non è comprensibile il fatto che l’utente medio continui a crogiolarsi nell’autoreferenzialità, chiudendosi a qualunque vera forma di approccio critico. Non c’è nulla di più antidemocratico di una massa che si allontana inconsapevolmente dall’informazione quando invece crede che essa abbia raggiunto il suo grado massimo.

Un altro concetto chiave su cui si fondano i social è quello di approvazione, concretizzata in termini di likes e condivisioni. Chiunque posti qualcosa spera, ovviamente, di ricevere likes e visibilità. Ma cosa viene approvato e cosa no? Viene approvato tutto ciò che è conforme ai gusti di quel social in particolare: citiamo ad esempio i memes su Facebook e le storie su Instagram. Sul tipo di comicità propugnato dai memes si potrebbe aprire una discussione infinita, forse in un altro articolo, ma per ora soffermiamoci sulle storie. Instagram è nato come piattaforma per la pubblicazione esclusiva di foto e video. Qui non è l’opinione che conta, ma l’approvazione ottenuta pubblicando contenuti simili a quelli delle celebrità di Instagram, che rendono pubbliche le loro ricche vite costellate di feste, divertimento, vacanze lussuose, trucco impeccabile e forma fisica invidiabile. Più le nostre immagini si avvicinano a questo modello, più abbiamo successo in termini di likes. In seguito è stata aggiunta la possibilità di pubblicare delle storie, concetto tratto da Snapchat e in seguito ripreso da Facebook e WhatsApp. Le storie sono una serie di foto o brevi video che scompaiono automaticamente dopo 24 ore. Questa caratteristica non fa che amplificare la volontà di imitazione nell’utente, che vuole poter somigliare a quel modello tutto il giorno, tutti i giorni. Se su Facebook si condivide un’opinione, con le storie si condivide la propria quotidianità, in una gara di ostentazione del divertimento. Personalmente, non mi è mai capitato di uscire con qualcuno che nella realtà si divertisse quanto sembra divertirsi nelle proprie foto; non ho mai conosciuto nessuno che nella realtà fosse bello o bella quanto in un selfie; neanche uno che fosse caritatevole come quando condivide foto di un cane abbandonato da adottare o, peggio, di bambini mutilati da un qualche bombardamento, con tanto di profonda e assolutamente originale analisi geopolitica e frase ad effetto d’indignazione per concludere. Tendiamo a costruire un’immagine migliorata e fittizia di noi stessi, con la quale non reggiamo assolutamente il confronto. Il discorso vale anche per chi vuole sottolineare a tutti i costi il suo essere controcorrente e ribelle postando quanto di più antitetico riesca a trovare rispetto a quella che è la norma, solo che in questo modo non fa che accostarsi a un altro modello, altrettanto consolidato. Non c’è confronto costruttivo, non c’è diffusione di idee; c’è invece la gara a chi è più bravo ad apparire, un culto esasperato di se stessi.

Queste dinamiche sembrano realtà a sé stanti? Non lo sono. E’ bene notare, ad esempio, come la campagna elettorale 2018 sia stata giocata prevalentemente sui social, sfruttando proprio gli stessi meccanismi. Intendiamoci, nessuno sta gridando all’attentato totalitaristico. E’ bene però essere in grado di sviluppare i giusti anticorpi per poter riflettere su quello che ci accade intorno.

C’è da dire che Internet e i social sono mezzi, perciò non sono buoni o cattivi di per sé: finora abbiamo esaminato i casi peggiori. Molti utenti invece usano i social in maniera qualitativamente sana, indipendentemente dalla quantità di contenuti che pubblicano.

Noi delle Lanterne ci vantiamo di avere lettori intelligenti; allora usiamo Internet in maniera costruttiva! Chiunque voglia dire la sua può farlo sotto questo articolo o sotto il corrispondente post sulla nostra pagina Facebook. Mi raccomando, non argomentate in nessun caso le vostre posizioni, basta una frase bella pungente per far valere la propria idea. Piccolo trucco: se insultate la madre di chi la pensa in modo diverso e se usate tanti punti esclamativi, non si potrà non darvi ragione!!!!!!!!!

Il gorilla

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