Sulla Turchia

Numerosi sono i Paesi e i regimi che vengono definiti totalitarismi o dittature; eppure molti di questi sono pressoché sconosciuti alla maggior parte di noi, e anche quelli più noti e importanti affollano per un paio di mesi le pagine dei quotidiani e le copertine dei TG per poi sparire lentamente, quasi in maniera subdola, senza darci modo di accorgerci di tale cambiamento e facendoceli dimenticare completamente, perfino quelli più vicini a noi. E’ questo il destino subito dalla Turchia, lo stesso Paese che è stato in procinto di entrare nell’Unione Europea.

Al fine di comprendere al meglio i delicati meccanismi che hanno fatto sì che la Turchia diventasse una “Repubblica Presidenziale” è anzitutto necessario conoscerne la storia. La storia turca affonda le sue radici nel glorioso Impero Ottomano che, sfaldatosi a seguito della clamorosa sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, risorse dalle proprie ceneri durante la Guerra d’Indipendenza Turca che permise al Paese di liberarsi dall’occupazione alleata; venne dunque proclamata la nuova “Repubblica di Turchia”, guidata da Mustafa Kemal, ufficiale dell’esercito distintosi nella battaglia di Gallipoli. Seguì un periodo di riforme che permise una notevole crescita economica la quale venne tuttavia ostacolata dalla condizione di estrema arretratezza in cui versava la neonata Repubblica. Tuttavia, nel 1947, la dichiarazione  da parte degli USA della dottrina Truman permise alla Turchia di usufruire di notevoli sostegni economico-militari. Il raggiungimento di una stabilità economica non corrispose tuttavia ad una simile stabilità politica: difatti lo Stato subì, ad opera dei militari, ben tre colpi di Stato: nel 1960, nel 1971 e nel 1980. Tale conflitto tra classe militare e politica fu causato soprattutto da una tendenza laica della prima e teocratica della seconda. Frattanto, nel 1984 il PKK (partito politico-militare curdo) organizzò una rivolta contro il governo turco al fine di ottenere il riconoscimento di un Kurdistan. Dalla seconda metà degli anni Ottanta la Turchia poté finalmente godere di un periodo di stabilità politica che le permise di assumere connotati più moderni e liberali.

E’ dunque uno Stato fragile quello che vide Erdogan, col suo “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo”, presentarsi per la prima volta alle elezioni legislative del 2002 e, grazie alla sua figura straordinariamente carismatica, il suo divenne il primo partito con una maggioranza schiacciante (anche se il sistema elettorale turco semplificò considerevolmente la sua ascesa al potere). Erdogan ottenne dunque la carica di primo ministro e, forte dei suoi nuovi poteri e della grandissima popolarità di cui godeva, cominciò a fare della Turchia il proprio regno di cui è tuttora sovrano incontrastato. Difatti mise in atto una serie di manovre repressive nei confronti di nemici politici e svariate testate che giornalistiche che avevano osato mostrare dissenso verso l’illuminata politica dell’infinitamente saggio primo ministro. Tra gli eventi più rilevanti spicca certamente quello che è passato alla storia come “Scandalo Ergenekon”: tale evento consistette nella venuta alla luce di piani per un colpo di Stato ad opera di una presunta organizzazione i cui membri erano curiosamente i principali oppositori di Erdogan; a ciò seguì un maxi processo che portò a 275 condanne di cui 17 ergastoli. Sebbene successivo esame di mastri calligrafi avesse smentito l’autenticità dei documenti, le condanne non furono revocate. Di rilevanza è inoltre l’intervento armato delle forze di polizia durante il Gay Pride su ordine del primo ministro al fine di interrompere la manifestazione. Parallelamente a tali manovre Erdogan fu attento a guadagnarsi il favore delle masse tramite la promulgazione di leggi per tutelare i diritti dei lavoratori, operazione che avrebbe mostrato la sua reale efficacia nel Golpe del 2016.

Nel 2014, allo scadere del suo terzo mandato, Erdogan dovette abbandonare la carica di primo ministro come previsto dalla legge turca, ma nello stesso anno ottenne la carica di Presidente. Da denotare sono gli esempi di buoni statisti da lui portati durante il discorso di fine anno: fra tali esempi spicca infatti il nome di Adolf Hitler.

Nel luglio del 2016, sotto la presidenza di Erdogan, ebbe luogo il Golpe, un tentato colpo di Stato organizzato dai militari al fine di rovesciare il presidente ed insediare un nuovo governo laico. Le forze ribelli soggiogarono facilmente le poche milizie fedeli al capo dello Stato ma l’intervento dei civili a favore di quest’ultimo fu decisivo nel determinare il fallimento del Golpe. Tale avvenimento fu per Erdogan l’occasione perfetta per consolidare definitivamente il proprio potere, eliminando anche i suoi ultimi nemici e dimostrando al mondo intero la propria influenza sul popolo turco. L’ultimo pezzo che compone la totale supremazia del Presidente fu la sua vittoria al referendum costituzionale del 16 aprile che permise l’approvazione dei 18 emendamenti che, a partire dal 2019, trasformeranno la Turchia in una repubblica presidenziale, accentrando ogni potere nella figura del capo dello Stato, vittoria tuttavia contestata a causa della decisione da parte del governo di ritenere valide anche le schede non timbrate.

E’ dunque evidente e chiaro come il sole che l’apparente Repubblica non sia che una facciata che nasconde, neanche con particolare minuzia, quello che è a tutti gli effetti definibile come un regime dittatoriale e totalitario, tra l’altro alle porte dell’Europa; come è possibile che la UE permetta tutto ciò senza neanche imporre sanzioni economiche? Il posto dove trovare la risposta a tale quesito è assai singolare, invero si tratta dei bilanci della stessa Unione Europea. Infatti tra le varie spese è possibile notare una somma dell’ammontare di 6 miliardi che viene versata annualmente nelle casse di governo di Ankara perché fermi i flussi migratori provenienti dall’Est.

Il pescatore

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