L’ossessione nazista per l’arte

Nel 1937 a Monaco vennero esposti, per volere del regime nazista, quadri dei più influenti artisti dell’epoca quali Chagall, Monet, Picasso, Matisse, Klee, Kokoschka e Otto Dix. L’obiettivo non era quello di esaltare questi ultimi per le loro eccezionali doti artistiche, bensì di condannare ciò che venne definita la cosiddetta “arte degenerata”. Dei movimenti e delle correnti artistiche d’avanguardia che animavano l’Europa, il Führer odiava il realismo delle figure umane scomposte, imbruttite o deformi. Tutti i più grandi esponenti di Impressionismo, Surrealismo, Espressionismo, Cubismo furono considerati esponenti di una moda passeggera da screditare. Adolf Hitler era invece un grande appassionato d’arte classica, la sola che ritenesse “pura arte ariana”, tanto da non accontentarsi di visitare musei o acquistare qualche quadro. Proprio negli stessi giorni cominciò la razzia: Hitler, in compagnia del suo braccio destro Hermann Goering, responsabile dell’aeronautica militare nazista, depredò capolavori destinati a occupare gli spazi di quello che lui immaginava come il Louvre di Linz, museo mai realizzato.

La sua brama di opere è probabilmente da collegare al travagliato passato artistico che non tutti conoscono di uno degli uomini più temuti della storia. Egli, che da giovane si dedicò alla pittura, fu rifiutato due volte dall’Accademia di Vienna. Picasso raccontò nel ’45 che, a suo parere, la dichiarazione di guerra del Führer all’arte da lui ritenuta degenerata era una questione politica, perché l’arte non è mai indifferente. «Un artista è un politico attento agli eventi strazianti, ardenti o dolci del mondo. La pittura non è fatta per decorare appartamenti. È uno strumento di guerra offensivo e difensivo contro il nemico».

I due esponenti del regime furono i protagonisti del grande saccheggio di cinque milioni di opere in Europa. Hitler poteva vantare un indiscusso primato per numero di razzie di opere d’arte all’epoca del Terzo Reich. Battuto sulla quantità dei tesori saccheggiati, Hermann Goering poteva però gloriarsi di aver costituito una raccolta di maggiore qualità rispetto a quella del Führer passando così alla storia non solo come il numero due del regime ma anche come uno dei collezionisti più avidi e accorti mai esistiti. Collezionisti d’arte, per lo più ebrei, furono privati delle loro opere attraverso promesse di salvezza, minacce e inganni e, quando essi si rifiutavano ostinatamente di collaborare, erano spediti in campi di concentramento dove venivano torturati brutalmente.

Per quanto riguarda Hermann Goering, egli fu ricordato dal politico Galeazzo Ciano come un «bue ciccione che arraffava quattrini e decorazioni». Sono stati pubblicati in Francia gli inventari della sua collezione, comprendente 1376 dipinti, 250 sculture e 168 arazzi. Lo straordinario inventario testimonia come l’arricchimento della sua collezione sia stata in cima alle preoccupazioni di Goering. A curare la pubblicazione del catalogo è stato Frédéric du Laurens, ex direttore degli archivi diplomatici. «Goering non era un vero esperto d’arte ma un collezionista compulsivo», ricorda. «All’inizio privilegiò i pittori tedeschi classici del ’500, i Cranach in particolare. E poi amava gli artisti olandesi del ’600. Si incaponì su un Vermeer, che gli rifilarono ma era un clamoroso falso. Durante la guerra iniziò ad accumulare un po’ di tutto, anche pittori “degenerati”, come un Gauguin che la moglie volle per camera sua. Oppure tre Picasso che scambiò con altri dipinti antichi. Alla fine nella dimora di Carinhall esponeva da Botticelli a Rubens, passando per gli impressionisti francesi».

La passione di Goering per l’arte crebbe di pari passo con il suo potere. Gli esordi furono “legali” quando nel 1933 acquistò alcuni dipinti rinascimentali a Roma. Egli esponeva le opere raccolte nella sua reggia di Carinhall, nel Brandeburgo, valutata nel 1944 una cifra pari a diciotto milioni di euro. Amante della vita mondana, organizzava spesso eventi ai quali invitava ambasciatori e capi di Stato. La sua carriera di collezionista fece un balzo in avanti dopo la conquista dei paesi bassi nel 1940: egli si impadronì dei quadri di Rembrandt, Van Dyck, Cranach e Poussin non riuscendo però a depredare, come avrebbe voluto, i musei di Vienna e di Varsavia: il Führer aveva diritto alla prima scelta e si portò via i pezzi migliori per la sua collezione personale. I sotterfugi di Goering, però, furono rivelati da una piccola e, in apparenza, fragile donna: Rose Valland. Essa elencò e fotografò di nascosto le opere saccheggiate, rivelando l’identità degli uomini di Göring.

Nel dopoguerra le opere trafugate furono riportate in Francia. Goering, fuggito da Parigi alla fine del 1944, si rifugiò a Carinhall e preparò un progetto per salvare le sue raccolte: nel febbraio del 1945 caricò opere d’arte, tappezzerie e mobilio in otto treni diretti verso il Sud. Le grandi sculture che aveva rubato in Francia vennero buttate nel lago del castello, dove saranno recuperate solo dopo la caduta del muro di Berlino; il castello fu da lui stesso fatto esplodere. Con l’incalzare dell’avanzata russa i suoi treni furono depredati dai tedeschi stessi, che sottrassero molte opere d’arte, mentre altri convogli furono distrutti da bombardamenti. Di molte opere si persero le tracce: il catalogo oggi pubblicato, con tutte le foto della collezione, potrà forse permettere il ritrovamento di qualche pezzo. Goering, ricorda nella sua introduzione al catalogo lo storico Jean-Marc Dreyfus, a Norimberga giustificò la creazione della sua raccolta con il «suo gusto per l’arte e il grandioso» e ritenne che non vi fosse «nulla di reprensibile» nel modo in cui aveva agito.

La statua della Madonna di Bruges di Michelangelo, l’Astronomo di Vermeer, Danae di Tiziano, sono stati tutti ritrovati dai Monuments Men alla fine della guerra, nascosti negli appartamenti dei mercanti d’arte di fiducia del partito o nelle miniere, portati lì con lo scopo di impedirne il rinvenimento. Molte di queste opere sono tuttora disperse; quelle ritrovate invece sono oggi esposte nei musei di Parigi, Berna, Bonn e Deventer.

Marinella

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