Il fanatismo: “megalomania prometeica di una razza che scoppia di ideale”

In una società che oggettivamente tende all’indifferenza, all’indolenza, a un sonno amnesico cronico che travolge tutto ciò che è stato ed è per lasciarci tranquilli in una bolla di sapone intoccata, i cittadini che tengono ad essere tali come costituenti attivi del corpo politico e sociale si ergono a paladini di valori fondamentali quali la partecipazione, la consapevolezza, la coscienza critica e tanti altri la cui profonda dignità spesso scade nella retorica più vuota. Si tratta di principi che credo nessuno, io per prima, potrebbe pensare di contestare, e che anzi sono quotidianamente incoraggiati e perseguiti con convinzione dalle persone più degne di stima.

C’è però un solitario eterno controcorrente che non teme di affermare, con una forza subdolamente conturbante, che “non esistono esseri più pericolosi di quelli che hanno sofferto per una convinzione: i grandi persecutori si reclutano tra i martiri ai quali non è stata tagliata la testa”. Il filosofo rumeno Emil Cioran, di cui Le Lanterne ha già trattato sul tema delle illusioni, nel paragrafo “Genealogia del fanatismo” tratto da “Sommario di decomposizione” analizza lo stretto e necessario legame che, secondo lui, esiste fra i fanatismi violenti e i semplici, comuni idealisti che credono in qualcosa di buono come tutti noi e si impegnano per ottenerlo.

Il pensiero di Cioran è sempre molto complesso e andrebbe effettuata una lunga analisi comprensiva anche degli altri scritti, ma cercherò di far emergere il più possibile dalle cinque pagine di questo paragrafo, per quanto è possibile a una persona che non l’ha studiato profondamente. Secondo Cioran, qualsiasi passione arde di un fuoco che può potenzialmente diventare un incendio che distrugga senza remora qualsiasi cosa incontri. Non c’è differenza sostanziale fra i peggiori criminali della storia, colpevoli di genocidi e persecuzioni, e un ragazzo che legge, si riconosce in qualcosa e coltiva dentro di sé un piccolo, prezioso e dolce senso di appartenenza.

Perda l’uomo la propria facoltà di indifferenza: diverrà virtualmente assassino.

La differenza è accidentale, nella realizzazione attuale o effettiva, ma la sostanza è esattamente la stessa: la trasparenza e la “neutralità delle idee” sono state inquinate, abbiamo aggiunto un nostro colore all’incolore universale, l’incanto del Nulla è stato infranto e l’Essere porta sempre conseguenze catastrofiche e oceani di sofferenza.

In se stessa ogni idea è neutra, o dovrebbe esserlo; ma l’uomo la anima, vi proietta i propri ardori e le proprie follie; […] idolatri per istinto, noi convertiamo in Incondizionato gli oggetti dei nostri sogni e dei nostri interessi.

Passiamo la nostra vita alla ricerca di certezze, o almeno di una fiamma abbastanza ardente da contrastare la sensazione di non averne, sia essa anche la stessa indifferenza verso il mondo che obnubila e brucia senza criterio tutti i nostri naturali impulsi della vita intellettuale. La convinzione della verità può accecare e estendersi così tanto da coprire il vuoto nel quale vorremmo che la verità fosse; la credenza (il “belief” di cui parla anche Hume, in fondo, è la stessa cosa) è una forza emotiva che in creature emotive è effettivamente molto più forte rispetto alla ragione che vaga nel buio e ne è consapevole. Ed ecco l’ossimoro, la profonda contraddizione insanabile: viviamo in funzione di certezze senza fondamento e di cui pure ci alimentiamo. Ecco il nostro fanatismo e la nostra illusione: inseguiamo dei fantasmi e, se anche (fortunatamente) non giungiamo ai grandi estremismi storici, pure i nostri ragionamenti, le nostre relazioni, le nostre vite sono spese in virtù di ciò che crediamo. Come si può evitare questo, allora? Certo che è inevitabile, naturale, non potrebbe essere altrimenti e forse non deve essere altrimenti. Ecco la contraddizione profonda e insopportabile da cui il pensiero fugge, rifugiandosi in un divertissement qualsiasi secondo Pascal, o nel fanatismo del rifiuto di questa consapevolezza. “Che cos’è la Caduta se non la ricerca di una verità e la sicurezza di averla trovata?”.

Nel momento in cui la propria certezza diventa anche la propria ragione di vita,

il diavolo appare assai scialbo rispetto a colui che dispone di una verità, della sua verità.

Tutti questi sembrano immancabilmente discorsi teorici e astratti. Ma bisogna ripetere quando necessario che la filosofia è sempre concreta e vive nel presente. E la realtà delle sue parole ci viene rivelata dallo stesso Cioran:

Guardatevi attorno: dappertutto larve che predicano; ogni istituzione riflette una missione; i municipi hanno il loro assoluto non meno dei templi; l’amministrazione, con i suoi regolamenti – metafisica a uso delle scimmie… Tutti si sforzano di correggere la vita di tutti: vi aspirano i mendicanti, e perfino gli incurabili: i marciapiedi del mondo e gli ospedali traboccano di riformatori. […] La società – un inferno di salvatori! Quello che vi cercava Diogene con la sua lanterna era un indifferente

Interrompo qui un’analisi che se continuata diventerebbe troppo personale e finirei per inondare la verità della mia verità, come la peggiore dei fanatici. Ritengo che sia il caso di lasciare parlare l’autore e poi le menti dei lettori che elaboreranno individualmente una loro versione (prima di sprofondare nell’aporia del fanatismo, ma abbiamo visto che è inevitabile…).

Sicuramente questo testo non è una giustificazione per non opporci alle tendenze amnesiche di cui sopra, rifiutarci di diventare ciò che chiamano “cittadini consapevoli” e chiuderci in una realtà che inizia e finisce nelle nostre limitate vite (non posso utilizzare la classica frase da stereotipo “nemmeno Cioran l’avrebbe voluto” perché data la personalità incredibilmente criptica francamente non credo che alcuno di noi possa esserne sicuro, ma indubbiamente non sarebbe una scelta saggia). Nell’incertezza di verità che non coincidono e di fanatismi inevitabili, forse possiamo semplicemente cercare di essere fanatici in modo non letale, cioè senza l’imposizione violenta.

Lo spirito si sente più a suo agio in compagnia di un fanfarone che in quella di un martire; e niente gli ripugna quanto lo spettacolo in cui qualcuno muoia per un’idea… disgustato dal sublime e dalla carneficina, esso sogna una noia di provincia su scala universale, una Storia il cui ristagno sia tale che il dubbio vi si profili come un evento e la speranza come una calamità…

Il suonatore Jones

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